Lorenzo Rizzi
PSICOLOGO PSICOTERAPEUTA
casorati

Uno degli interrogativi che spesso ci si pone nel momento in cui inizia ad emergere il bisogno di rivolgersi a uno psicoterapeuta è quello riguardante la durata del trattamento: “Per quanto tempo dovrò andare dallo psicologo?”. Non è certo facile dare una risposta a questa domanda, ma qualcosa si può dire.  

I diversi orientamenti terapeutici

In primo luogo, bisogna considerare che in psicologia esistono diversi orientamenti (o sistemi teorici, che stanno alla base di ogni pratica psicoterapeutica), ognuno dei quali prevede che il lavoro dello psicoterapeuta proceda in un certo modo, al fine di raggiungere certi scopi (come, per esempio, la guarigione da un sintomo, il superamento di un conflitto emotivo, la modificazione di certi aspetti della personalità, il raggiungimento di una maggiore consapevolezza di sé rispetto a certe modalità di funzionamento interpersonale, e via dicendo).

Va da sé che, a seconda degli scopi per cui si decide di voler intraprendere un percorso psicologico e a seconda dell’orientamento del terapeuta (ossia della teoria su cui basa la propria tecnica), mutano anche i tempi necessari al lavoro psicologico.

Le fasi del percorso psicologico

Per capire quanto dura un percorso psicologico, credo valga la pena considerare tre fasi che lo costituiscono, due delle quali avvengono nell’interazione tra il paziente e il terapeuta.

La prima fase ha a che fare con l’emergere, nell’individuo, di un bisogno di aiuto, causato da un malessere, e con la successiva maturazione dell’idea di rivolgersi a uno psicoterapeuta.

Questa prima fase, in cui una persona inizia a pensare (o a discutere con il partner o la partner o con tutti i familiari, nel caso di percorsi di coppia o familiari) e a chiedersi se rivolgersi a uno psicoterapeuta, fornisce già un’occasione di introspezione, in cui ci si prende del tempo per ordinare le idee, farsi delle domande o per prestare attenzione a certi aspetti della vita su cui non ci si era mai soffermati prima. Non è possibile dire quanto tempo sia necessario ad ognuno per decidere di chiedere aiuto. Per qualcuno è importante farlo subito, altri sostano in questa fase più a lungo.   

La seconda fase, quella della consultazione, inizia al momento del primo contatto tra paziente e terapeuta. Questo primo contatto può avvenire con una telefonata, con un messaggio, attraverso una mail; una volta entrati in contatto, paziente e terapeuta stabiliscono di vedersi per un certo numero di colloqui, necessari allo scopo della consultazione.

Scopo principale di questa fase è quello di ascoltare il paziente (o i pazienti, in caso di coppie o famiglie) e formulare una restituzione finale, in un linguaggio semplice e senza tecnicismi, ossia una spiegazione e un primo inquadramento della problematica espressa, insieme ad un eventuale progetto terapeutico.

Io, per un’abitudine maturata dall’esperienza, in genere propongo di fissare tre colloqui iniziali, un numero che mi è utile per farmi una prima idea delle richieste di chi si rivolge a me e che mi permette di ascoltare la storia di vita dei pazienti e le esperienze che hanno vissuto, di conoscere negli aspetti più generali le loro difficoltà e le loro risorse personali. Al tempo stesso, i tre colloqui iniziali sono utili a chi mi contatta per conoscermi, per farmi eventuali domande e per capire se può trovarsi bene a lavorare con me. 

L’indicazione dei tre colloqui iniziali va presa con flessibilità, possono esserci delle necessità particolari, che richiedono un maggior numero di colloqui di consultazione, come accade, per esempio, quando vengo contattato per lavorare con ragazzi o ragazze. Il lavoro con un minore prevede anche il coinvolgimento dei genitori, in questo caso il numero di colloqui necessari è maggiore, poiché deve comprendere sia i colloqui con gli adulti, sia i colloqui per i ragazzi. È quindi abbastanza facile stabilire per quanto tempo procede il lavoro di consultazione, ossia per un numero di colloqui sufficiente a dare una prima risposta al paziente (o ai pazienti).

Non tutte le consultazioni necessitano in un percorso di psicoterapia: paziente e terapeuta possono concordare che lo scopo della consultazione si sia esaurito con la restituzione finale (è quello che succede abbastanza di frequente in età evolutiva, quando i genitori richiedono uno o più appuntamenti per capire alcuni aspetti dello sviluppo e della crescita dei figli); oppure paziente e terapeuta possono decidere, per le più diverse ragioni, di non volersi coinvolgere in un lavoro terapeutico assieme.

Quando invece paziente e terapeuta decidono di voler iniziare un percorso di psicoterapia, questo, di solito, avviene perché il paziente accoglie con favore le indicazioni del terapeuta, emerse nella fase precedente.

Prevedere la durata di un percorso di terapia è estremamente difficile.

Quando un paziente mi dice che vuole impegnarsi in un’impresa del genere, gli rispondo che allora ci aspetta un viaggio assieme. Il viaggio è come quello di due esploratori, che cercano di raggiungere una meta e questa meta coincide con il raggiungimento di una maggior consapevolezza di sé e con l’ottenimento di un maggior benessere emotivo e relazionale. Alla partenza, i due esploratori non sanno quanto lontana sia la loro meta, conoscono giusto un po’ la località di partenza, grazie a quanto emerso durante la fase di consultazione, ma hanno un’idea di quale sia la direzione da seguire (e non è poco!). Mentre si prosegue nel viaggio, il paesaggio può cambiare, si acquisiscono nuove informazioni e si apprendono nuove consapevolezze, così come si possono incontrare difficoltà e inaspettate gioie. Ciò che è importante, per lo sviluppo di un trattamento efficace, è che, strada facendo, vi sia la possibilità di utilizzare tutte queste nuove conoscenze e acquisizioni per aggiornare la rotta del cammino.

Come si può capire da questa metafora, non è possibile stabilire a priori la durata di un percorso di psicoterapia o quante sedute dallo psicologo siano necessarie, perché non è possibile sapere fin dall’inizio cosa porterà a scoprire e a capire di sé nel corso del suo svolgimento.

Previsioni sbagliate, preoccupazioni e aspettative

In ogni ambito, le previsioni sono fatte per essere sbagliate; in questo caso rischiano di essere anche dannose. Cosa accadrebbe a un paziente che si è impegnato nel lavoro con un terapeuta che gli ha profetizzato un percorso di psicoterapia della durata di un anno, se, al compimento dell’anno, sentisse di avere ancora bisogno di aiuto? Potrebbe iniziare a mettere in dubbio l’efficacia di un trattamento che fino a quel momento si era dimostrato utile, finendo per sospenderlo anzitempo; oppure potrebbe sentirsi talmente male, per non essere stato in grado di guarire nel tempo previso dal terapeuta, da mettere in dubbio le proprie capacità, minando alla base il proprio senso di autostima. Io credo sia meglio evitare di incorrere in queste situazioni, essendo chiari e franchi fin da subito: un percorso di psicoterapia sappiamo quando inizia, ma non possiamo sapere quando finisce.

Tutto questo può essere poco rassicurante per chi teme che iniziare un percorso di psicoterapia significhi andare dallo psicologo per tutta la vita, senza la sicurezza di sapere fin dall’inizio per quanto tempo sia necessario impegnarsi in questo lavoro.

La preoccupazione rispetto alla possibilità di provare sentimenti di dipendenza dal terapeuta o dalla terapia è piuttosto diffusa. Ciononostante, chi decide di intraprendere un percorso di psicoterapia deve accettare che tutto questo è inevitabile. Sentimenti di fiducia e dipendenza entrano in gioco in qualsiasi rapporto personale o professionale nel momento in cui si decide di chiedere aiuto a qualcuno (ad esempio, quando affidiamo la gestione di una parte del nostro patrimonio a un consulente incaricato di farlo fruttare, ci stiamo mettendo nella condizione di dipendere da lui, per quanto riguarda questo aspetto della vita).

L'essere umano è un animale dipendente per natura, è il mammifero più dipendente del regno animale: quando i cuccioli d’uomo vengono al mondo non sanno badare a loro stessi e dipendono dai genitori e dagli adulti per molti anni, cosa che non accade a nessun’altro mammifero del regno animale; in questa condizione, i neonati, i bambini e gli adolescenti hanno l’indubbio vantaggio di poter accumulare le esperienze e le conoscenze necessarie per affrontare l’età adulta, passando, nel corso del tempo, da una condizione di maggior dipendenza a una di maggiore autonomia.

Allo stesso modo, lo scopo di un trattamento efficace non è quello di mantenere una persona nel ruolo di paziente a vita (dipendente a vita), bensì di renderla in grado di vivere la propria vita con gli strumenti e le consapevolezze acquisite nel corso della psicoterapia.

In linea di principio, una psicoterapia psicoanalitica richiede che paziente e terapeuta dedichino molto tempo (e molte energie) all’analisi degli aspetti che emergono nel corso delle sedute per ottenere dei cambiamenti strutturali che si mantengano nel tempo. Tra le tante psicoterapie disponibili, una psicoterapia a orientamento psicoanalitico richiede un impegno importante. Però è altrettanto vero che i primi benefici si possono ottenere fin da subito, e che, come dimostrano ormai molte autorevoli ricerche, se confrontata con gli altri tipi di psicoterapia esistenti, la psicoterapia psicoanalitica non solo produce effetti sulla personalità del paziente che si mantengono molto a lungo nel tempo, ma che il paziente continua a migliorare anche a trattamento concluso. Questo effetto si spiega con il fatto che, nel corso di una psicoterapia psicoanalitica, il paziente non viene solamente aiutato dal terapeuta a riflettere su certi aspetti della propria esistenza, ma acquisisce una capacità di introspezione e di ragionamento psicologico che si manterrà nel corso della vita. 

Idealmente, ogni terapeuta (e ogni paziente) vorrebbe riuscire a portare a termine una psicoterapia senza imprevisti o difficoltà, con lo scopo di raggiungere uno o più obiettivi. La realtà è spesso diversa: i pazienti possono avere necessità di interrompere un trattamento anzitempo a causa di un lavoro o di una relazione che li porta a vivere lontano; oppure, a un certo punto, possono trovarsi a far fronte a difficoltà di tipo economico, con la necessità di concludere il percorso iniziato prima del previsto; più spesso i pazienti decidono di terminare la terapia quando iniziano a stare meglio, anche se il terapeuta desidererebbe continuare il lavoro. Questi sono solo alcuni scenari che si possono generare.

Realisticamente, un percorso di psicoterapia dura per il tempo in cui un paziente e il suo terapeuta vogliono e riescono a lavorare insieme, oppure fino a quando il paziente decide che il lavoro fatto è stato sufficiente per permettergli di affrontare nuovamente la vita con maggior sicurezza.

Per riprendere la metafora del viaggiatore, nel libro In Asia, Tiziano Terzani scrisse che “Il senso della ricerca sta nel cammino fatto e non nella meta; il fine del viaggiare è il viaggiare stesso e non l'arrivare”. Mi sembra un buon modo per intendere anche il viaggio di una psicoterapia. Ciò che un trattamento veramente efficace può offrire non è tanto la possibilità di giungere a una meta, ma l’imparare a viaggiare da soli.